
Quando ho mostrato questa foto a mio marito ha esclamato: “hai cominciato ad usare i filtri?”
(sempre una parola bòna)
La risposta è stata semplicemente “NO!” mentre masticavo un “malimort..” e poi ho realizzato che un atto così superficiale come quello di scattarci un selfie in realtà nasconde strati e strati di psicologia, emozioni, approccio alla vita, sentimenti e sensazioni.
Ellapeppa, tutto questo in un autoscatto?
Ebbene sì.
In primo luogo, IO NON MI FACCIO SELFIE. A mala pena tollero farmi fotografare, l’ho sempre odiato, lo odiavo quando da bambina mio padre mi sottoponeva a lunghe sessioni di shooting (gli piaceva fotografare, poveraccio, e giustamente le sue vittime preferite erano i familiari, altri al posto mio si sarebbero sentiti lusingati, probabilmente) e lo ho odiato in età adulta, perché, diciamolo senza giri di parole, io non mi sono mai piaciuta.
Vedermi rappresentata in uno specchio o in una foto mi ha sempre disturbato, perché devo guardare qualcosa che non mi piace, perché addirittura fermare un’immagine sulla carta che mi dà fastidio guardare? Voi comprereste un quadro brutto? E allora perché mai dovrei farmi delle foto e magari incorniciarle pure?
Invecchiando la cosa non è cambiata, ma mentre prima farmi le foto mi creava immenso disagio, adesso francamente non me ne importa nulla. Nulla di come vengo, nulla se piaccio o non piaccio. Le foto le uso come strumento di comunicazione (fatta male, peraltro) in un mondo in cui se non ti fotografi praticamente non esisti. Ora, avendo io ottenuto la consapevolezza che non esistere non sarebbe male affatto, potrei pure fare a meno delle foto, ma talvolta servono ad uno scopo, ed eccomi qui Vostro Onore! A parlare delle foto e soprattutto di quanto sia difficile e bello imparare ad accettarsi e volersi bene.
Sì perché tutto questo pippone sui selfie in realtà è partito proprio dal commento di mio marito sulla foto pubblicata qui e non vuole essere una discettazione sulla legittimità di farsi o non farsi le foto, ma su quello che ho provato quando l’ho scattata.
Stavo guardando un reel a caso su Instagram (maledettissimo algoritmo, che normalmente mi somministra ore di video di cani, gatti o altri animali, storie strappacòre di bestie salvate e adottate, cibo vegano e yoga in tutte le sue forme) e c’era questo tizio che spiegava come farsi dei selfie decenti.
Ho pensato “cavolo, ma vuoi vedere che una volta tanto, se mi impegno, non vengo così cessa?” e in effetti il risultato l’ho gradito. Sembra che abbia usato i filtri perché ho la luce in faccia presa di fronte (un po’ smarmellata (cit.), diciamolo) e un bel sorriso luminoso ma non troppo tirato perché altrimenti si vedono le rughe di espressione.
Certo, non mi sono pettinata
Certo, non sono truccata
Certo, non sistemo le sopracciglia da mesi
Certo, mi strappo le labbra e ho un buco su quello inferiore
Però comunque il risultato non è niente male.
Ma fosse che nelle foto vengo cessa perché è quello che mi aspetto da me stessa?
Fosse che fosse che vengo cessa perché è l’unico aspetto di me che riconosco quando mi vedo raffigurata in un immagine?
Fosse che magari la mia bruttezza non è oggettiva ma solo uno dei modi in cui posso essere percepita e in cui io, ovviamente, mi percepisco?
Però mi sembra sempre di riconoscermi di più nelle foto in cui vengo male che in quelle in cui vengo bene, perché ovviamente il mio bias mi mostra prevalentemente quello in cui mi riconosco.
In sostanza il mio aspetto fisico è un equilibrio tra “non sono nè brutta nè bella ma dipende da quello che gli altri (e me stessa) percepiscono di me” e “di come sono esteticamente non me ne frega veramente nulla” (non è il termine che userei colloquialmente, ma provo a fare la personcina a modo).
Il punto qual è?
Beh, in primo luogo che, ringraziando il cielo, di come appaio, davvero alla mia veneranda età me ne frega poco, ma è uno stato d’animo che ho raggiunto dopo lustri di lavoro su me stessa.
In secondo luogo, che se avessi avuto questo approccio 30 anni fa, avrei avuto molte più foto da ammirare e meno disprezzo per me stessa. Ma quel disprezzo in fondo mi ha portato qui, quindi in fondo va bene anche quello.
Torno quindi infine a elargire i miei soliti due spicci di saggezza.
L’auto accettazione (non vorrei esagerare scrivendo “l’amore per noi stessi”, ma sarebbe proprio quello) è qualcosa che cambia la vita completamente. Cambia la visione di noi stessi e con essa la visione del mondo.
Io sono quello che percepisco di me, sono i pensieri che ho su me stessa, quindi cambiando il mio approccio posso modificare quello che vedo.
Proprio stamattina leggevo una citazione di Jon Kabat Zin (padre della mindfulness, ndr) che diceva, più o meno: “guarda le altre persone e chiediti se stai davvero vedendo loro o solo i tuoi pensieri su di loro”. Verissimo. Ma lo stesso vale per noi.
(Comunque non credo che mi farò altri selfie, giusto per la cronaca…)
