
Quando ho cominciato ad insegnare yoga immaginavo un futuro di pose plastiche, flessibilità contorsionista e fisici scultorei. Ritiri a Bali e maestri giovani, barbuti e muscolosi pieni di saggezza e di bicipiti.
Ora, lo sanno anche i sassi che non è quello lo scopo della pratica, ma sotto sotto siamo tutti un po’ edonisti e se oltre la pace mentale e la salute del corpo riuscissimo (come effetto collaterale, per carità) ad ottenere figaggine e un gran seguito sui social, insomma, perché no?
Perché se persegui quell’obiettivo, anche inconsapevolmente, lo yoga se ne accorge e ti gira le spalle, e tu scopri dopo un po’ che quello che fai non è per niente yoga, è qualcos’altro che non è sbagliato, per carità, ma non è quello che pensavi di fare.
Allo yoga impari ad affidarti, così come bisognerebbe affidarsi alla vita. Impari a non fare progetti e ad accogliere quello che viene. A fare limonate con i limoni che ti affida il destino (cit.).
Per me quindi niente allievi giovani, ipertrofici e superflessibili. A me lo yoga ha riservato malattie, problemi fisici e posturali e vecchiaia. Ma che bel regalo che mi ha fatto!
Secondo voi cos’è meglio, insegnare ad un trentenne a mettersi in equilibrio sulla testa, o alleggerire le tensioni del corpo in un malato di Parkinson?
Fare annodare un allievo in posizioni da contorsionista o vedere un paziente oncologico che sorride perché la pratica gli ha fatto dimenticare il dolore per un’ora?
La risposta è ovvia. Al di là di ogni scherzo, per chiunque faccia questo mestiere, o un qualsiasi mestiere di “cura” nei confronti dei propri clienti, allievi o pazienti come li si voglia chiamare, sa che non c’è nulla di più appagante del benessere che questa pratica millenaria riesce a generare.
Non esiste una categoria o sottospecie di “yoga riabilitativo”, solo perché tutto lo yoga lo è.
Bisogna solo conoscere bene il corpo, prendere tutte le precauzioni necessarie quando si lavora con le persone fragili (“non fare danno” è sempre il primo comandamento di ogni operatore che si rispetti) e lavorare con le persone cercando quel movimento o quel respiro che producono benessere. Un benessere che si esprime nel corpo, ma spesso anche nella mente.
Ormai sono anni che lavoro con gli anziani sani, con quelli con qualche acciacco dell’età, con persone con protesi, patologie neurodegenerative, problemi posturali di varia natura. Non c’è stata una volta in cui mi sia sentita dire che la pratica non ha portato beneficio.
A chi voglia tentare di dedicarsi alle persone con problemi, lascio qui i miei umili consigli:
- Lavorate per i vostri allievi e non per voi. E’ inutile immaginare un percorso preconfezionato dall’inizio alla fine, perché ogni persona è diversa e ogni problema si manifesta diversamente. Andate per tentativi e fatevi guidare da quello che va bene per i vostri allievi. Siate generosi e ascoltate i loro riscontri, senza fissarvi su quello che pensate possa funzionare. Perché a volte funziona e a volte no.
- Partite piano. Lavorate in sicurezza. Se l’allievo risponde bene, stimolatelo assecondando i suoi ritmi e limiti. Non pensate di usare il vostro corpo come riferimento, a meno che non siete sufficientemente acciaccati pure voi e allora empatizzare è molto più semplice (la verità? Avere una certa età e qualche acciacco aiuta ad insegnare meglio).
- Il movimento dolce aiuta sempre. Sapete chi rimane fermo immobile? I cadaveri. Il movimento scioglie, massaggia, richiama sangue e aiuta la guarigione del corpo. E ci fa sentire vivi.
- Usate tutti i prop che vi vengono in mente, anche se vi sembrano poco “yogici”. Cuscini, coperte, cinghie, elastici, palle e mattoncini, sedie, scope, divani o poltrone (tratto da una storia vera, non c’è nulla di cui sopra che io non abbia usato durante una lezione). Se è utile allo scopo, utilizzatelo. Anche un paio di baffi finti, se i vostri allievi sono giù di morale e possono servire a strappar loro un sorriso. Perché il sorriso aumenta il benessere, ed è una cosa così ovvia che mi sembra stupido scriverlo, ma so che non lo è affatto.
- E quindi l’ultimo punto è proprio dedicato al sorriso. Portate leggerezza, gioia e tranquillità. Chiunque viva un disagio, fisico o psicologico, sta soffrendo. Potreste migliorare la qualità di vita dei vostri allievi anche solo donando loro un po’ di serenità.
Ed è per questo che lo yoga cura.
