I gatti come Maestri Zen

Eckhart Tolle diceva “ho vissuto con tanti Maestri Zen, ed erano tutti gatti”.

Da meditante e schiava sottomessa dei miei felini, non posso che dargli ragione. 

La prima volta che ho avuto un gatto in casa avevo 16 anni. Mia madre si era imputata con mio padre, aveva deciso che avrebbe adottato un gatto e quindi è arrivata Cleo, punto e basta. Una piccola micia tutta pelo che aveva l’aspetto di una gatta norvegese e lo spirito indipendente di una lince. Peccato che Cleo avesse i testicoli, quindi precorremmo i tempi e Cleo, gatto fluido, diventò improvvisamente Gustavo. Ovviamente quel nome con cui ufficialmente fu laicamente battezzato, non fu mai utilizzato. Ma quello fu già il primo insegnamento che ci regalò il micio, nessun gatto viene chiamato a lungo con il nome assegnatogli, anche perché qualsiasi sia l’appellativo con cui lo chiamerai, lui non ti risponderà comunque. 

Il gatto divenne Miciomao. Io dal canto mio lo rinominai Skifo, anche perché non lo volevo. Perché portarti in casa una bestia alla quale inevitabilmente ti affezionerai e che altrettanto inesorabilmente vedrai invecchiare, ammalarsi, soffrire e morire? Già a 16 anni ero un raggio di sole, ma ero davvero determinata a non affezionarmi a quell’essere che sapevo mi avrebbe regalato più dolori che gioie. E infatti così andò, si ammalò e nonostante avessi lottato tanto per non affezionarmi (e francamente c’ero riuscita anche bene), la sua malattia l’ho vissuta ugualmente molto male. 

Prima lezione zen: non privarti della gioia pensando che poi non soffrirai per la sua assenza, perché soffrirai comunque. E allora tanto vale godere di quello che di bello la vita ha da offrirti. 

Quando sono andata via da casa dei miei genitori, quello che adesso è diventato mio marito e che allora era un canaro convinto che non amava i gatti, per qualche misterioso motivo mi disse che il padre aveva trovato due cuccioletti e che avrebbe voluto andare a conoscerli. 

I cuccioletti erano due microgatte della stessa cucciolata, una grigia con il pelo lungo e una nera rachitica e smocciolante. Viste e portate a casa, furono chiamate Nuvola e Pepe, in arte Gatta Grigia e Gatta Nera, e questi in effetti sono i nomi ai quali (non) ci hanno risposto fintanto che sono rimaste in vita, ça va sans dire. 

Le ho amate moltissimo quelle due, ma era in effetti la prima volta che mi occupavo di altri esseri viventi e guardandomi indietro mi sono resa conto di come il mio rapporto con me stessa rispecchiasse quello che avevo con queste due bestiole. 

I cuccioli sono un incanto, diciamocelo, ma fanno anche tantissimo casino. Loro  non chiedono il permesso, si prendono la tua attenzione, le tue cose, i tuoi spazi, il tuo cuore e ne fanno quello che vogliono. Quando infine diventano adulti e smettono di esercitare quella tenerezza materna che sembra irretirti senza possibilità di scampo, il danno è già fatto, e tu sei loro schiavo e non hai neanche capito come lo sei diventato.

Nuvola è stata con noi 13 anni. Era appiccicosa e ossessionata da me, ogni tanto la chiamavo “L’Inquietante” perché la trovavo a fissarmi immobile con le pupille dilatatissime, come se fossi il suo sole e la sua luna o come se mi volesse saltare alla giugulare da un momento all’altro, non l’ho mai capito. Era fifonissima, se aprivo un cassetto scappava, se sentiva il  fischio della pentola a pressione scappava, se arrivava gente a casa si infilava sotto le coperte, ma era buona come il pane. Ce l’ha portata via una leucemia fulminante che nel giro di pochissimi giorni le ha fatto smettere di bere e mangiare, ed è stata la prima volta che ho dovuto prendere una orribile decisione e accompagnarla dal veterinario per l’eutanasia. Non dimenticherò mai quel pomeriggio. L’ho accompagnata fino all’ultimo respiro cercando di confortarla con le mie carezze e la mia presenza, ma onestamente è stata una delle cose più dolorose che abbia mai fatto. Mi vengono ancora le lacrime. 

Altra lezione imparata: quando la sofferenza è inevitabile e non c’è via di uscita, la compassione si può esprimere cercando di alleviare il dolore come è nelle nostre possibilità. 

Nel frattempo Pepe era rimasta sola. Una gatta ciccionissima e buffissima, talmente grassa che non riusciva ad acchiappare neanche le mosche, ogni volta che ci vedeva esprimeva la sua contentezza con un trillo e sgranando gli occhi a palla, e faceva le fusa  così forte che era possibile sentirla da una stanza all’altra. 

Che  gatta magnifica Pepe, quando aveva fame e noi non le dedicavamo molte attenzioni, si metteva al centro del salotto e si sdraiava con la panza all’aria facendo finta di non guardarci per fare la vaga ma nel contempo osservandoci con la coda dell’occhio per vedere se il melodramma in atto stava suscitando l’effetto desiderato. 

Le davamo da mangiare pochissimo ma la panza non diminuiva mai, così come la sua fame. 

Poco dopo diagnosi infausta della sorella, scoprimmo che aveva un’insufficienza renale, e fu in quel momento che cominciai ad avere davvero paura della sua morte. 

Facemmo l’enorme errore di adottare un’altra gattina per non lasciarla sola (altro insegnamento importantissimo, MAI prendere un gatto giovane quando in casa si ha un gatto anziano, se non si vogliono rovinare gli ultimi anni di vita al gatto anziano) e così arrivò Pippi. 

In un altro post ho raccontato che il nome viene dalle iniziali di Piccola Peste, perché davvero quando l’abbiamo portata a casa ne combinava una al minuto. La prendemmo da una volontaria che contrariamente al solito non fece controlli su di noi né venne a fare un sopralluogo a casa nostra, ma ce la sbolognò all’istante. Abbiamo capito troppo tardi il perché, ma ormai il danno era fatto. Evidentemente non vedeva l’ora di liberarsene.

Un altro nome che le affibbiai era “Bestia di Satana”, perché una ne pensava e cento ne faceva. Dava il tormento alla povera Pepe ed era gelosissima di noi, quindi non la faceva mai uscire dalla cuccia perchè sennò erano botte. Ogni volta che la lasciavamo sola faceva pipì su borse, zaini, divani. Ma era divertentissima e giocherellona, impavida e impunita, socievole con gli umani e persino con i bambini. Crescendo si è calmata, un po’ perché entrambi abbiamo cominciato a lavorare da casa e quindi non si sentiva più sola, un po’ perché  quando è morta Pepe probabilmente è sparita la sua gelosia patologica. 

La povera Gatta Nera morì infatti due anni dopo Gatta Grigia, per un acuirsi della sua insufficienza renale. Ho passato gli ultimi giorni della sua vita sdraiata accanto a lei nella speranza che sentisse tutto l’amore e il conforto che potevo darle, ma alla fine anche per lei abbiamo scelto una morte più rapida di quella che le sarebbe toccata se la sua malattia avesse fatto il suo corso. 

L’ho amata tanto quella gatta. Posso dire senza vergogna che è grazie a lei che ho imparato ad aprire il cuore, che ho scoperto il significato della compassione e dell’accudimento, che ho capito cosa volesse dire amare incondizionatamente, senza aspettarsi nulla in cambio. E’ per merito suo che sono diventata vegetariana, quando improvvisamente ho smesso di fare distinzioni tra la carne che avevo nel piatto e  gli animali che mi scaldavano i piedi e il cuore. E’ grazie all’amore per Pepe che ho capito come amare anche gli esseri umani. 

Nel frattempo però ci era rimasta sul groppone la Bestia di Satana e inoltre mio marito ed io abbiamo sempre pensato che l’unico modo di dare un senso alla morte di un animale adorato fosse quello di salvarne un altro. E allora abbiamo cercato qualcuno da adottare e speravamo fosse stavolta un maschietto con un carattere abbastanza forte da saper gestire Pippi. E’ finita che abbiamo raccattato dagli argini del Tevere una femminuccia nera che non sapevamo quanto avesse, se fosse sana o malata e quale fosse il suo carattere. Men che meno se sarebbe andata d’accordo col Demonio che avevamo già in casa. Il destino ha voluto che la piccola Pru, così battezzata, fosse una gatta determinata e prepotente, perfettamente in grado di sopportare le angherie di Pippi e anzi spesso incline a metterla sotto così, solo per il gusto di farlo. Ah, il karma! Mio marito ed io ancora godiamo quando vediamo che Pru cerca la rissa con Pippi, perché in fondo pensiamo che sia il modo che Pepe ha trovato per ottenere vendetta dopo la sua morte.

Pepe mi ha regalato l’insegnamento più prezioso, ma Pippi mi ha educato nella sua ineducazione. Ogni volta che mi faceva qualche dispetto o qualche danno, scoprivo di avere una pazienza che mai avrei immaginato. Mi sono inoltre trovata più volte a pensare che se quegli stessi atti li avessi subiti da un essere umano sarei stata molto meno incline al perdono. Mi ha fatto capire che le arrabbiature sono inevitabili ma che la loro durata dipende solo da noi, non da quanto è grande il danno che abbiamo o riteniamo di avere subito. Mi ha insegnato che avere un po’ di faccia tosta nel chiedere qualcosa che vogliamo non guasta mai, purché non abbiamo paura di una risposta negativa. E che se arriva una risposta negativa non è detto che insistendo questa prima o poi non si trasformi in positiva. 

Mi ha insegnato che la presenza è una forma potente di amore e che per esprimere affetto non serve la parola. E che ogni tanto anche un graffio o una soffiata possono essere una forma di amore, perché ci insegnano a interagire correttamente e non fare sempre gli stessi errori. 

In generale, queste sono le perle di saggezza che i miei gatti, negli anni, mi hanno regalato:

  1. Se hai l’opportunità di farti un sonnellino in pace, semplicemente fallo.
  2. Quando ritiri il bucato fresco dallo stendino, non perdere occasione di immergerci il naso per annusarne il profumo. Se poi ti viene voglia di tuffartici sopra, fallo e basta
  3. Chiedi cibo sei hai fame, chiedi compagnia se ti senti solo, chiedi un bacio se ne senti il bisogno, senza aver paura del giudizio degli altri. Il massimo che ti può capitare è che non otterrai quello che vuoi, ma puoi sempre riprovarci in un secondo momento
  4. Vai alla ricerca di momenti di silenzio ogni volta che puoi. Prenditi i tuoi spazi, più volte al giorno
  5. Ogni tanto fai qualcosa di folle e inspiegabile. Aumenterà l’alone di mistero che emani e ti renderà mille volte più interessante
  6. Lavati spesso
  7. Quando sei felice, esprimilo. E se non sei bravo con le parole, fai le fusa, a volte sono meglio di un “ti voglio bene” detto poco convintamente

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