Lo Yoga per la Terza Età (suggerimenti per una pratica confortevole)

La Terza Età si fa iniziare convenzionalmente proprio a 65 anni, ma sfido un qualsiasi 65enne nel 2024 a sentirsi davvero anziano. 

Diciamo che il corpo inevitabilmente cambia con il trascorrere degli anni, il mio ha cominciato a dare segni di cedimento a 30 addirittura, con problemi alla schiena e alle ginocchia (sono un clichè). 

Il mal di schiena obiettivamente è un tema ricorrente dai 30 anni in su, negli anziani lo do per scontato anche quando non me lo segnalano esplicitamente. Stessa cosa vale per le articolazioni, ginocchia, spalle, polsi e anche, sono punti deboli mediamente per tutti, il che vuol dire per me che è sempre necessario riscaldarle bene, muoverle continuamente ma con gentilezza, curare bene gli allineamenti senza forzature e avere particolare attenzione quando ci si lavora caricandoci il peso, in particolar modo su polsi e spalle. 

A volte è necessario  convincere gli allievi ad essere un po’ più coraggiosi. In particolare chi ha subito interventi o infortuni si trova legittimamente a provare paura nel muovere le parti del corpo coinvolte (kinesiofobia), il che spesso causa atrofia, disallineamenti nel corpo e irrigidimenti delle aree interessate. Molti quindi (e di certo non solo gli anziani) soffrono di questo problema, che porta maggiore disabilità e dolore fisico, incremento di sintomi depressivi , diminuzione dell’autosufficienza, pericolosa limitazione nei movimenti: in definitiva un sensibile peggioramento della qualità della vita. 

In pratica i soggetti con kinesiofobia si autoconvincono che con il movimento possa causare nuovamente i sintomi dolorosi già sperimentati o che qualcosa possa “rompersi” e di rimando cominciano a ridurre al minimo gli spostamenti e le attività, fino a quando non raggiungono una situazione, questa diventa patologica, di quasi totale staticità in casa. 

Ed è qui che lo yoga può fare la differenza, portando l’attenzione sulle zone dolenti o infortunate  e facendole percepire nuovamente come parti sane del corpo,  in modo che gli allievi possano lavorarci in sicurezza, nei limiti delle loro possibilità e del loro eventuale disagio o dolore, per portare movimento e quindi sangue, energia (prana) e vitalità in quelle parti trascurate. Consapevolezza e gentilezza. Le chiavi per la guarigione del corpo e della mente.  

Ecco quindi che il lavoro dello Yoga per la Terza Età diventa un lavoro valido per tutte le persone che hanno subìto un trauma e devono tornare dolcemente a riprendere l’attività fisica, per poter recuperare confidenza e sicurezza nel proprio corpo e tornare a sentire il movimento come qualcosa di piacevole e non doloroso. 

Per quanto riguarda la pratica, non entrerò nelle specifiche asana perchè penso non sia di grande interesse in questa sede, ma vorrei spiegare le differenze tra i differenti approcci e le motivazioni generali che mi portano a sceglierne uno rispetto all’altro.

N° 1 – in piedi

Dopo svariati tentativi, ho capito che cominciare la pratica in piedi è una delle modalità che mi consente di livellare ogni difficoltà in una classe mista. Nello stare a terra c’è sempre qualcuno che prova disagio, perchè le ginocchia fanno male, perchè le anche non si aprono e la schiena non è dritta, perchè il mattoncino o il cuscino sotto il sacro non è sufficiente, ecc ecc. 

Partire in piedi consente di sentire bene gli allineamenti e lascia spazio al respiro meglio di quanto sia possibile nelle altre posizioni. 

Quindi mi capita spesso di cominciare le lezioni in piedi, perchè se è vero che offrire varianti nella posizione seduta a gambe incrociate consente a tutti bene o male di trovare una posa nella quale iniziare, è anche vero che la variante in qualche modo fa sentire “diversi”. E quindi quando la classe è molto variegata, piena di persone tanto differenti, propongo un riscaldamento in posizione eretta e lavoro bene sul radicamento e sull’attivazione degli arti inferiori, in modo da stimolare bene la muscolatura delle gambe e del “core” che favorisce equilibrio e contrasta l’osteoporosi. Non rimango mai in piedi per tutta la lezione, perché gli spazi di recupero e di lavoro a terra sono sempre fondamentali, ma quando scendo sul tappetino il corpo è già abbastanza caldo da affrontare i disagi che qualche volta le pose a terra comportano con più facilità. 

Naturalmente ogni scelta ha i suoi pro e i suoi contro, ma la mia esperienza mi ha portato a vedere che se la classe è molto “disomogenea”, lavorare in piedi offre meno controindicazioni. 

VANTAGGI: Lavoro sugli appoggi, radicamento, attivazione muscolare, stimolazione dell’equilibrio, contrasto all’osteoporosi.

SVANTAGGI: nel lavoro statico il rischio è che la pressione scenda, per chi l’ha bassa è necessario mantenere un movimento muscolare costante (per attivare la circolazione di ritorno) sia esso vibrazionale o oscillatorio. Anche la fatica può essere uno svantaggio, quindi la pratica in piedi ha bisogno di maggiori tempi di recupero.

N° 1 (Variante) – pratica con il bastone

Lavorando in una palestra, sfortunatamente non ho a disposizione i tipici prop che si usano nello yoga e ho dovuto aguzzare l’ingegno. Non ho neanche a disposizione pareti dove appoggiarsi e quindi uno degli strumenti più utili che ho trovato sono i bastoni che vengono usati nella ginnastica posturale. Sono lunghi circa 120 cm e sono di grandissimo supporto sia per lavorare sulle spalle e sull’apertura del petto e sulla postura corretta della schiena, sia come supporto per affrontare le posizioni di equilibrio. Offrono inoltre un ulteriore punto di riferimento quando si lavora sugli allineamenti. Nel tempo ho scoperto molti modi di utilizzare il bastone all’interno delle mie lezioni e devo dire che mi hanno servito molto bene. 

N° 2 – sdraiati

Un’altra possibilità che livella ogni difficoltà è la pratica svolta con la schiena a terra. In questo modo gli allievi possono sentire bene il sostegno del pavimento della schiena, sentono il respiro in modo diverso da come sono abituati e quindi questo tipo di approccio accende la consapevolezza sulla respirazione in modo differente dal solito e inoltre hanno la possibilità di rilassarsi maggiormente e lavorare sull’automassaggio. Mi succede di usare questa pratica quando percepisco una bassa energia in sala,  e quindi cerco di cominciare morbidamente per poi aumentare il ritmo lentamente e cambiare posizione all’occorrenza. 

VANTAGGI: pratica accessibile a tutti, ristorativa, morbida e quasi senza controindicazioni.

SVANTAGGI: Da sdraiati non tutti gli allievi riescono a seguire bene le indicazioni sia perché non possono vedermi bene, sia perchè spesso non riescono a sentirmi soprattutto nelle classi più agèe, quindi la mia premura è quella di girare tra i tappetini mostrando le pose da in piedi. 

N° 3 – seduti

Spendo solo poche parole su questa opzione per dire che lavorare a gambe incrociate può essere davvero complesso per alcune persone. Le anche bloccate e  le ginocchia dolenti sono due tra i problemi più comuni che possono rendere questa posa sgradevole. Propongo spesso l’alternativa di stare a gambe divaricate e flesse con gli ischi a terra ma in questo caso anche la schiena fatica a stare dritta e difficilmente può distendersi senza irrigidirsi. Come già detto ho notato che il mattoncino sotto il sacro non sempre aiuta, o meglio lo fa ma non in modo risolutivo. E quindi il lavoro da seduti è un lavoro che svolgo solo quando ho in classe allievi che possono sostenerlo, oppure lo affronto alla fine della pratica, quando i corpi sono caldi e le difficoltà della posa si perdono nel flow. 

N° 3 (Variante) – seduti sulla Fitball

I puristi storcono il naso, lo so. Ma la Fitball, ovvero la tradizionale palla da pilates, si è rivelata un supporto utilissimo e soprattutto inaspettatamente amato dai miei allievi. 

La prima volta che l’ho usata è stata proprio per trovare un modo comodo per metterli seduti. Volevo lavorare sul respiro e quindi cercare di farli stare in una posizione confortevole che consentisse di tenere la schiena dritta ma non rigida. 

La palla permette al bacino di posizionarsi nel modo più corretto possibile, è morbida e quindi permette al corpo di affondare verso il basso senza perdere gli allineamenti e lascia la schiena dritta senza sforzi. 

Ci sono moltissime pose dello yoga che possono essere adattate al lavoro con la palla, che ha l’ulteriore enorme vantaggio che essendo instabile per sua natura consente al corpo un sottile e continuo lavoro nella muscolatura profonda e posturale per mantenere le posizioni. Di contro, naturalmente, c’è che è necessario proporre pose in cui l’equilibrio non sia mai messo a dura prova per evitare irrimediabili e rovinose e pericolosissime cadute a terra. 

VANTAGGI: Come dicevo è un supporto molto amato dagli allievi. Probabilmente proprio perché si sentono sostenuti dalla palla e allo stesso tempo percepiscono la sfida di uno strumento che rende la pratica in qualche modo più “divertente”. Mi sono genuinamente chiesta se è perchè la palla ci riporta la mente in modo atavico al gioco infantile (mi ci diverto anche io tantissimo). La risposta è che non lo so, ma sono contenta di avere trovato un modo ulteriore di “servire” i miei allievi.

SVANTAGGI: L’equilibrio precario. Io quando ne propongo l’uso mi diverto ma allo stesso tempo tremo un po’ perchè devo essere molto attenta agli esercizi che suggerisco e al modo in cui vengono eseguiti. 

Insomma, lo yoga offre davvero molte possibilità di lavorare su tutti i tipi di corpi, giovani o meno, sani o problematici, sempre mantenendo un approccio gentile e di ascolto di se stessi e del proprio corpo. Un buon insegnante non fa altro che lavorare guidando l’allievo affinché possa risvegliare il proprio potere di autoguarigione che viene veicolato attraverso il movimento corretto e un respiro pieno. 

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