
Quando mi sono avvicinata per la prima volta alla meditazione, non mi sono chiesta cosa fosse, in cosa consistesse. Speravo solo che potesse essere uno strumento che mi avrebbe aiutata a superare un momento difficile. Non sapevo nulla in merito a questa pratica. Sono andata al mio primo incontro come spesso si affrontano le cose quando non si ha niente da perdere, ovvero senza particolare curiosità, quasi con rassegnazione. Avevo letto un libro, “Emozioni Distruttive” di D. Goleman – Dalai Lama, un bellissimo saggio che parla di come all’inizio degli anni 2000 furono organizzate delle conferenze in cui intellettuali provenienti da culture e settori diversi (neuroscienziati, filosofi, psicologi, religiosi) si confrontavano sui diversi approcci per gestire tre emozioni di grande impatto negativo per l’uomo: rabbia, illusione e attaccamento.
La cosa estremamente interessante, per me che ho una formazione scientifica, è che il libro riportava come in quegli anni furono condotti degli esperimenti sul cervello umano, sottoponendo dei monaci buddisti, e quindi meditanti esperti, ad alcuni esami, per lo più tac funzionali eseguite durante la meditazione. Mi impressionò leggere come le risposte agli stimoli esterni di queste persone fossero enormemente diverse rispetto al campione di controllo. I monaci in meditazione sembravano in grado di sottrarsi ad alcune delle risposte fisiologiche del nostro sistema nervoso, come quelle spontanee che avvengono grazie a degli stimoli improvvisi, ed inoltre dimostravano che il loro cervello, durante l’attività meditativa, si attivava in maniera completamente diversa rispetto ai non meditanti.
Insomma, per me che non sono mai stata una persona particolarmente spirituale ma, all’opposto, molto razionale e “terrena”, l’idea che la meditazione potesse essere non una pratica per bonzi o fricchettoni, ma una attività utile e soprattutto i cui risultati potessero essere spiegati attraverso un approccio del tutto scientifico e razionale, beh, quell’idea mi piaceva enormemente. Bisognava capire se avrebbe funzionato su di me.
Una doverosa premessa che per me è necessario fare, è che la volontà di imparare a meditare era sorta perché l’approccio più tradizionale ed occidentale ai miei problemi dell’epoca stava miseramente fallendo. Ovvero, la psicoterapia che avevo cominciato per cercare di affrontare l’esaurimento nervoso che mi affliggeva non stava dando alcun risultato, anzi, sembrava peggiorare le cose. Insomma, non è che non avessi provato altro, ma pur con l’impegno e la volontà, non riuscivo ad uscire dal brutta situazione in cui, mio malgrado, mi ero infilata.
Andai quindi alla mia prima lezione senza un obiettivo, con l’unica speranza nel cuore di imparare una tecnica o degli esercizi che alleviassero la mia pena. Quello che non sapevo, è che il Maestro che offriva la sua guida gratuitamente, secondo il principio di Dana, ovvero di generosità, fosse anche un medico con due anni di specializzazione in psichiatria alle spalle. Sembrava proprio un segno del destino. Dal quel giorno ho avviato un percorso che mi ha cambiato l’esistenza completamente, facendomi uscire da un momento molto difficile e cambiando il mio modo di pensare, di approcciare alla vita e di interagire con le persone. Da quando medito non ho più ansie, che in passato si manifestavano con veri e propri attacchi di panico, e non ho più paura. Mi voglio un po’ più bene, ho cambiato il mio rapporto con il cibo e con alcune dipendenze, che adesso non ci sono più. E se questo è successo in soli quattro anni, è solo perché la meditazione ha modificato il mio sentire ed il mio modo di ragionare. Il vero peccato è che io non mi sia sottoposta ad uno studio scientifico dall’inizio di questo meraviglioso percorso, perché sono sicura che i risultati sarebbero stati tanto strabilianti da poterci pubblicare un articolo su una rivista scientifica.
Quando la gente mi chiede cosa sia la meditazione, io rispondo quello che mi ha insegnato il mio Maestro; la meditazione è una tecnica che consente di vedere come si muove la mente. Il profondo raccoglimento che viene raggiunto consente di calmare la mente concettuale per osservare quali pensieri sorgono, qual è la loro origine e come essi siano da collegare ai nostri attaccamenti più profondi. Lo scopo ultimo è quello di identificare i pensieri che scatenano le emozioni distruttive ancor prima che sorgano, per liberarsi dei loro effetti tossici sulla nostra mente.
E’ come tuffarsi in un lago in cui la superficie è torbida e limacciosa; mano a mano che si scende in profondità, l’acqua si fa più limpida e permette di vedere la vita che la popola. E se riesco a vedere il pesce velenoso che mi sta venendo incontro, forse riesco anche ad evitare che mi morda.
In realtà non esiste una definizione univoca di meditazione. Anzi, a ben vedere, vi sono definizioni in totale contraddizione tra di loro: ad esempio, nel testo “Neuroscienze. Studiando il cervello” ( Bear M. F. , 2007), la meditazione viene definita come “stato alterato di coscienza” mentre nel testo “Psicosomatica olistica” (Montecucco N. F., 2010), invece, viene definita come “stato naturale di coscienza”.
Possiamo forse inquadrarlo come è un processo nel quale volgiamo l’attenzione verso un certo numero di variabili corporee, sensoriali e mentali; ad esempio, nell’Anapanasati, la meditazione che il Buddha insegnava ai suoi monaci, l’attenzione è per lo più volta al respiro che diventa oggetto meditativo.
I primi studi
I primissimi studi effettuati sulla meditazione che portarono a comprendere che essa aveva un impatto significativo sulla mente umana furono quelli di Therese Brosse, una cardiologa francese che nel 1935 in India condusse delle ricerche su alcuni yogi. Si era diffusa la leggenda che in India gli yogi in meditazione riuscissero a fermare il cuore, così la dottoressa Brosse “armata” del suo elettrocardiografo provò a verificare non tanto la leggenda in sé, quanto se fosse possibile o meno modificare in modo volontario l’attività del sistema nervoso autonomo. Durante la meditazione osservò:
– riduzione della frequenza cardiaca e del ritmo respiratorio
– a livello cerebrale la registrazione di uno stato di rilassamento diverso dal sonno
Più tardi, negli anni cinquanta, gli psicofisiologi Wenger e Bagchi, intrapresero un viaggio in India durato cinque mesi durante il quale percorsero più di 6500 km analizzando con un elettroencefalografo portatile varie persone. Sulla base dei loro studi, effettuati in particolare su 14 soggetti praticanti il Raja Yoga, essi ipotizzarono che la meditazione potesse rappresentare un singolare stato di riposo profondo. In tutti i soggetti si registrarono, durante lo stato meditativo: un forte aumento della resistenza cutanea, un rallentamento del ritmo della respirazione, e soprattutto un pattern elettroencefalografico caratterizzato da un ritmo alfa persistente. Nei soggetti normali, lo stato alfa, presente in stato di riposo ad occhi chiusi, è prevalente nella fase che precede il sonno. Gli yogi in meditazione, al contrario, mostravano un pattern alfa durante il normale stato di veglia.
In un lavoro successivo i fisiologi indiani Anand, Chhina e Singh (1961) confermarono la presenza persistente di attività alfa con marcato aumento della modulazione d’ampiezza durante lo stato definito di samadhi, scoprendo inoltre un fenomeno ancora più interessante; l’attività alfa non veniva bloccata dalla somministrazione di diversi stimoli sensoriali. La mancata desincronizzazione del ritmo alfa nonostante la stimolazione sensoriale permise di ipotizzare che durante la meditazione gli yogi presentavano un livello di assorbimento e di rilassamento molto profondo senza però essere addormentati.
Nel 1966 in uno studio analogo condotto da Kasamatsu e Hirai, due neuropsichiatri giapponesi, su monaci Zen praticanti la meditazione Zazen, constatarono la presenza di ritmi alfa già 50 secondi dopo l’inizio della meditazione, nonostante essi mantenessero gli occhi aperti. Le onde alfa generalmente aumentavano di ampiezza, e in alcuni monaci, quelli con più anni di pratica, il ritmo alfa rallentava ulteriormente per diventare una successiva onda theta con frequenza dimezzata rispetto a quella alfa.
Successivi studi di Tomo Hirai, in cui si applicavano EEG ed ECG a monaci zen (meditanti abituali) confermarono:
– un aumento dell’ampiezza delle onde alfa soprattutto nella corteccia frontale;
– una diminuzione significativa del consumo di ossigeno, della frequenza respiratoria, e di quella cardiaca.
Aspetti fisiologici della meditazione
Sarà però negli anni settanta che si assisterà a un ulteriore e più sistematico incremento degli studi sulla fisiologia degli stati meditativi. Pioniere di questi studi fu Robert K. Wallace, infatti la sua tesi di Ph.D. sostenuta nel 1970 presso l’Università della California a Los Angeles e i successivi lavori con Herbert Benson costituiscono una pietra miliare degli studi sulla fisiologia della meditazione. La pratica prescelta fu la Meditazione Trascendentale (MT) diffusa nel mondo occidentale a partire dagli anni sessanta da Maharishi Mahesh Yogi. La Meditazione Trascendentale si era diffusa in occidente, grazie anche alla notevole risonanza avuta sui media del soggiorno dei Beatles (e altri protagonisti dello star-system quali Mia Farrow, Donovan, Paul Saltzman) avvenuto nel febbraio del 1968 presso l’ashram di Maharishi il cui nome ufficiale era International Academy of Meditation, che sorgeva nei pressi di Rishikesh, allora considerata la “capitale mondiale dello yoga”, situata nei pressi del Gange ai piedi dell’Himalaya.
La scelta della MT era dovuta al fatto che questa tecnica si era diffusa rapidamente ed erano molti gli americani che la praticavano, offrendo così un campione abbastanza eterogeneo e facilmente raggiungibile, composto da soggetti che avevano appreso la stessa tecnica in maniera omogenea. Inoltre mentre i precedenti studi erano stati effettuati su monaci o yogi, in questo caso il campione era rappresentato da soggetti che non avevano particolari osservanze religiose e questo permetteva lo studio di una tecnica isolata da contesti religiosi o ritualistici.
Le osservazioni raccolte in laboratorio da Wallace e Benson confermarono che durante la pratica si verificava:
– una marcata riduzione del consumo di ossigeno;
– un aumento considerevole della resistenza elettrica cutanea;
– una diminuzione della frequenza cardiaca e respiratoria;
– una intensificazione dell’attività alfa a livello cerebrale;
– una rapida diminuzione nella concentrazione del lattato ematico.
Il lattato ematico è un prodotto del metabolismo anaerobico presente principalmente nel tessuto muscolare e la cui concentrazione diminuisce in un soggetto a riposo. La velocità di diminuzione durante la meditazione è risultata quattro volte più rapida rispetto a persone in normale stato di riposo. Dal momento che l’alta concentrazione di lattato ematico è stata riscontrata in soggetti affetti da nevrosi d’ansia in seguito a stress (Pitts, 1969) e che una iniezione di lattato può provocare attacchi d’ansia negli stessi soggetti e sintomi d’ansia in soggetti normali, Wallace e Benson ipotizzarono che il basso livello di lattato presente nei meditanti, durante e dopo la meditazione, potesse essere in parte responsabile delle condizioni di tranquillità e rilassamento.
Più recentemente
Negli anni ottanta e novanta gli studi diventarono più sistematici e articolati. Oltre alle tradizionali indagini con EEG ed ECG si cominciarono ad associare anche analisi del sangue per valutare i livelli di importanti ormoni e neurotrasmettitori.
Nel 2003 Francesco Bottacioli, medico e docente di psiconeuroimmunologia, nel suo Meditazione psiche e cervello riportava che in seguito ad una regolare pratica meditativa si registrano:
– regolazione della produzione di cortisolo, ormone prodotto in situazioni di stress;
– aumento notturno di melatonina, ormone del sonno con funzioni chiave nella sincronizzazione dei ritmi biologici dell’organismo, nonché potente antiossidante;
– riduzione di noradrenalina, prodotto sia dalle surrenali che dal cervello sotto stress;
– aumento di serotonina, equilibrante dell’umore, della fame e del sonno;
– aumento della Dhea, ormone prodotto sia dai surreni che dal cervello con molteplici ruoli sia sull’umore che nel sistema immunitario.
Azione sul cervello
In uno studio del 2011 nella rivista di neuroscienze Brain Research Bulletin, fu nuovamente dimostrato che il cervello delle persone in meditazione emette onde alfa. Il cervello, come spiegherò in dettaglio più avanti, emette cinque onde di tipo diverso. Tali onde non sono altro che la rappresentazione dell’attività elettrica del cervello. Si tratta delle onde beta, alfa, theta, delta, e gamma. Quando siamo svegli, normalmente ci troviamo nello stato beta, ma se rimaniamo troppo tempo in questo stato, ciò può causare un aumento di stress ed ansia. Lo stato alfa, al contrario, è associato ad estrema concentrazione, rilassamento, apprendimento, creatività, e a performance eccellenti.
La fase alfa è quella che caratterizza gli stati iniziali della meditazione. Le onde alfa infatti sopprimono le distrazioni, conducendo ad una maggiore concentrazione e chiarezza mentale.
In questo studio, il campione fu diviso in due gruppi, meditanti e non. I partecipanti furono istruiti ad effettuare la meditazione “mindfulness”. Fu poi chiesto loro di porre l’attenzione su parti diverse del corpo o su sensazioni particolari per un determinato periodo di tempo. Dopo 8 settimane, i ricercatori utilizzarono uno strumento per rilevare l’attività neuronale (neuro imaging). L’esito dell’esame evidenziò come i meditanti fossero caratterizzati da una più alta percentuale di emissione di onde alfa, che consentiva loro una maggior concentrazione, rispetto ai non meditanti.
In associazione all’incrementata emissione di onde alfa, dunque, si rilevano maggiore concentrazione e attenzione. Insegnare alla mente a focalizzarsi su un determinato stimolo per un certo periodo di tempo, consente alla mente stessa di amplificare i pensieri e le sensazioni positive e contemporaneamente diminuire quelli negativi. Questo, ad esempio, è il presupposto fondamentale della meditazione su Metta, anche questa insegnata dal Buddha. Metta in Pali (un antico dialetto del Sanscrito, parlato dal Buddha) vuol dire “gentilezza amorevole”. Coltivando a lungo questo sentimento, il meditante è portato a cambiare il modo in cui vede ed interagisce con il mondo. Di conseguenza, percepire la realtà (“il Samsara”) in modo più positivo e distaccato aiuta a liberarsi di stress e preoccupazioni.
Un altro effetto positivo della meditazione evidenziato dallo studio, è che i meditanti erano maggiormente in grado di ricordare fatti e informazioni. Le onde alfa sono infatti associate alla facilità di apprendimento e alla creatività. Le persone molto creative, nel momento in cui generano una nuova idea, mostrano un aumento significativo di emissione di onde alfa.
Onde cerebrali. Cosa sono e come funzionano
Cosa succede precisamente quando meditiamo? Senza provarlo in prima persona, è davvero difficile comprenderlo. La meditazione, come già detto, è difficile da definire, ma possiamo comprenderlo meglio in termini neurologici. Il cervello è un organo elettrico-chimico, vale a dire che è costituito da più di 20 miliardi di neuroni che generano impulsi elettrici. Quando questi neuroni lavorano in sincronia, nelle sinapsi (giunzioni tra i neuroni) si manifestano piccoli potenziali elettrici ritmici. Più neuroni lavorano in sincronia, maggiore è l’ampiezza delle oscillazioni (microvolt). Più velocemente i neuroni lavorano insieme, più alta è la frequenza delle oscillazioni (misurata in cicli di Hertz al secondo). Questi due parametri – ampiezza o potenza e frequenza o velocità – sono le principali qualità delle onde cerebrali. Misurati mediante elettroencefalografia (EEG), sono classificati in cinque tipi di onde cerebrali, da quelle meno attive a quelle più attive: delta, theta, alfa, beta e gamma, rispettivamente.
- Delta: (0.5 4 Hz) con maggiore ampiezza e frequenza inferiore sono emesse negli stati di coma/incoscienza e nei sonni senza sogni. In questo stato, non si ha coscienza del corpo.
- Theta: ( 4 — 8 Hz ) sono presenti nella meditazione profonda. Aumentano la produzione di catecolamine, molecole essenziali per l’apprendimento e la memoria. Migliorano l’integrazione delle esperienze emotive. Alti livelli di onde theta sono associate agli stati di trance, alla meditazione profonda, alle visualizzazioni spontanee e ai sogni lucidi. In questo stato, è più facile accedere al subconscio, e quindi a profondi insight. Facilitano inoltre il recupero dei ricordi.
- Alfa: (8 — 13 Hz ) si attivano in condizioni di veglia rilassata, durante i sogni ad occhi aperti, nella meditazione poco profonda e nella trance ipnotica. Alti livelli sono associati ad aumento della produzione di serotonina, creatività, improvvise intuizioni, apertura mentale e ricettività. Quando le onde alfa sono attive, tendiamo a risolvere problemi tramite il sentire, invece che con le nostre capacità analitiche.
- Beta: (13– 30 Hz ) Sono le più asincrone e si attivano nelle “normali” condizioni di veglia, eccitazione, vigilanza, impegno mentale, concentrazione, analisi, pensiero logico, ecc… Un alto livello di onde beta è associato con ansia e attacchi di panico, risposta di attacco/fuga, ipereccitazione, stress (distress), autocommiserazione, pensiero negativo, ecc…
- Gamma: (40 + Hz) sono le onde più ampie e maggiormente sincronizzate e sono più difficili da rilevare. Si attivano negli stati di grande lucidità ed attenzione, e quando integriamo input sensoriali. Alti livelli sono associati con le esperienze trascendentali, nella profonda consapevolezza, quando processiamo le informazioni nella maniera ottimale, quando siamo estremamente concentrati, se percepiamo una grande energia o durante l’estasi e nei picchi di performance fisica o mentale.
| Frequenze | Denominazione | Onda dominante presente in: |
| > 40 Hz | Onda Gamma | Attività mentale elevata, percezione, problem solving, paura |
| 13–39 Hz | Onda Beta | Attività mentale vigile, concentrazione, cognizione, paranoia |
| 7–13 Hz | Onda alfa | Rilassamento vigile, fase di sonnolenza pre-sonno o pre-veglia |
| 4–7 Hz | Onda Theta | Sogno, meditazione profonda, sonno REM |
| < 4 Hz | Onda Delta | Sonno profondo, senza fase onirica REM |

Le onde cerebrali non sono sequenziali o lineari. Il nostro cervello è in grado di processare diverse informazioni in contemporanea, generando più di un pattern di onde cerebrali alla volta. Raramente non ne produciamo affatto. Danziamo tra uno stato e l’altro, normalmente emettendo alfa e beta contemporaneamente, con una delle due onde che in genere è predominante. La ricerca sul cervello sta evidenziando in maniera concreta ciò che i praticanti di meditazione hanno riportato per secoli, ovvero che le onde più comuni prodotte nella meditazione poco profonda sono le alfa, che promuovono modifiche nel sistema nervoso autonomo. La meditazione costante permette di tenere sotto controllo il sistema simpatico, permettendo al sistema parasimpatico di prevalere. Questo porta ad un abbassamento della pressione sanguigna, del battito cardiaco, a calmare la mente e abbassare il livello degli ormoni dello stress, ad esempio il cortisolo.
Oltre a modificare lo spettro di emissione delle onde cerebrali, è stato visto che il cervello si modifica fisicamente se sottoposto ad anni di pratica meditativa.
La prima scoperta scientifica riguardo a questo beneficio neurale è stata fatta nel 2005 da Sara Lazar, una ricercatrice della Harvard Medical School. Stando ai suoi risultati, in confronto ai non meditanti, i meditanti presentavano un ispessimento corticale in diverse aree importanti per la percezione interna del proprio corpo e per l’esercizio dell’attenzione: nello specifico, l’insula anteriore e alcune zone della corteccia prefrontale.

Meno di un decennio dopo, uno studio del 2014 pubblicato su Neuroscience & Biobehavioral Reviews ha riportato come, meta-analizzando 123 differenze di morfologia cerebrale attraverso 21 studi di neuroimaging su circa 300 meditanti esperti, siano state evidenziate otto regioni cerebrali costantemente alterate, comprese le aree chiave per la meta-consapevolezza (corteccia frontopolare/BA 10), la consapevolezza corporea esterocettiva e interaccettiva (cortecce sensoriali e insula), il consolidamento e il riconsolidamento della memoria (ippocampo), la regolazione del sé e delle emozioni (cingolo anteriore e medio; corteccia orbito-frontale), e la comunicazione intra- e interemisferica (fascicolo longitudinale superiore; corpo calloso).
Nel 2011 uno studio pubblicato dal Brain Research Bulletin ha riportato che i partecipanti, meditanti esperti, mostravano una migliore regolazione dei tempi e dell’intensità dei ritmi alfa, e che queste persone avevano maggiore concentrazione e capacità di escludere le distrazioni, consentendo una superiore capacità di ricordare e incorporare nuovi fatti. Lavori più recenti hanno riportato gli esiti di uno studio sulla meditazione a lungo termine effettuata sui monaci tibetani all’Università del Wisconsin nel W. Keck Laboratory for Functional Brain Imaging and Behavior; rispetto al gruppo di controllo, i ricercatori hanno evidenziato nei monaci un’attivazione cerebrale mai vista prima. Nello specifico, hanno localizzato l’attivazione più intensa nella parte sinistra della corteccia prefrontale, che è in effetti la zona associata con la meditazione.

Un altro studio in vivo effettuato con la PET, pubblicato nel Journal of Cognitive Brain Research, ha osservato i partecipanti durante la meditazione e riportato un aumento delle onde theta rilevate via EEG, insieme ad un incremento del rilascio di dopamina nello striato ventrale (parte dei nuclei della base, situato nel prosencefalo, coinvolta nei processi cognitivi di ricompensa, incluse sensazioni positive di gradimento in risposta a stimoli di piacere, salienza motivazionale, rinforzo positivo). Qui la dopamina esercita una modulazione di alcune sinapsi (glutamatergiche). La dopamina è un precursore di norepinefrina ed epinefrina, essa è una molecola chiave nella regolazione dell’umore, dell’attenzione, della socievolezza e del movimento. I partecipanti hanno riportato un aumento della capacità immaginativa, minor desiderio di muoversi ed un aumentato rilassamento.
L’amigdala

Recentemente è stato provato che l’amigdala, ovvero la ghiandola preposta al rilascio degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga, (adrenalina, dopamina, noradrenalina), mobilita i centri del movimento, attiva il sistema cardiovascolare, i muscoli e l’intestino, mostra un’attività ridotta già solo dopo circa 30 ore di mindfulness (Tammi R. A. Kral, 2017). Questi cambiamenti vengono definiti alterazioni di tratti, ovvero non compaiono soltanto quando viene posta la richiesta di percepire gli stimoli stressanti con piena presenza mentale, me anche nello stato di base, ovvero “di partenza”, con riduzioni dell’attivazione anche del 50%.
La pratica, se portata avanti a lungo termine, è stata associata ad una maggiore connettività funzionale tra le aree della corteccia prefrontale che gestiscono le emozioni e le aree dell’amigdala che reagiscono allo stress, con il risultato di una minore reattività.
La meditazione e il cortisolo

Il cortisolo è l’ormone il cui aumento accompagna l’invecchiamento umano: minore è il suo livello e meno invecchiamo. La produzione del cortisolo cresce quando noi proviamo lo stress. Alti livelli del cortisolo per un lungo periodo distruggono i neuroni, bloccano la produzione di altri ormoni e portano alla depressione, all’ansia, all’aumento della pressione sanguigna e all’insonnia. Ma gli scienziati hanno scoperto che le pratiche meditative abbassano efficacemente il livello del cortisolo nel sangue: in particolare, uno studio del 2016 pubblicato sulla rivista “Psichoneuroimmunology” (Rosemìnktanz et al.) ha dimostrato che i meditanti con 9000 ore di pratica alle spalle, se sottoposti al TSST e successivamente alla misurazione dei livelli di cortisolo, mostravano una riduzione dei livelli di cortisolo pari al 13% rispetto al campione di controllo. Ed è importante far notare che le misurazioni furono effettuate mentre i praticanti non stavano meditando. Questo significa che la meditazione è estremamente efficace nella normalizzazione del livello di questo ormone nel nostro organismo e che genera modifiche permanenti, giorno dopo giorno, non solo durante la meditazione stessa.
Conclusioni

Attualmente gli studi pubblicati sulla meditazione sono circa un migliaio l’anno. Più recentemente si è cercato di fare ordine negli studi effettuati e pubblicati nel corso degli ultimi 30 anni perché le prime ricerche che hanno aperto il campo agli studi successivi si basavano su presupposti spesso piuttosto deboli. Inizialmente questi studi non distinguevano tra approcci meditativi differenti, così come utilizzavano campioni di meditanti con una bagaglio di ore di meditazione e frequenza sensibilmente differenti. Di alcuni studi non è mai stata verificata la riproducibilità, altri erano stati impostati senza degli efficaci campioni di controllo.
L’aumento dell’interesse della comunità scientifica nei confronti della meditazione ha però risvegliato l’attenzione su questi aspetti ed evidenziato come ancora ci sia moltissimo da studiare, testare, scoprire su questa pratica e sui sugli effetti che ha sul cervello.
In particolare, nel 2017 Daniel Goleman e Richard Davidson hanno pubblicato un saggio intitolato “Meditazione come cura” che cerca di fare luce sulla pratica meditativa e rivela la verità medica su ciò che essa può fare per chi la pratica e su come trarne il massimo beneficio, sgomberando il campo da miti e distorsioni pseudoscientifiche.
Quel che è certo è che tanto ancora c’è da scoprire e verificare, ma comunque è indubbio che la meditazione, in qualsiasi forma venga esercitata, apporti benessere alla mente.
Insomma, senza entrare maggiormente nel dettaglio, anche chi non si fidasse di un approccio spirituale alla meditazione, potrebbe comprendere come la meditazione possa essere considerata come un mero “strumento” per il raggiungimento di un aumentato benessere psicofisico. Ma la verità è che siamo talmente abituati al nostro approccio occidentale, impostato o sul supporto farmacologico, o su quello psicologico, che non pensiamo ci possano essere alternative. Non immaginiamo di possedere dentro di noi le risorse per stare meglio. Tutto ciò che è collegabile ad una maggiore introspezione e al raccoglimento mentale, è derubricato ad un’attività da “santoni” e “guru” pittoreschi e lontani dalla nostra realtà conosciuta. Ovviamente, al netto di dubbi personaggi che sfruttano la debolezza umana per arricchirsi e danneggiare il prossimo, un percorso di meditazione deve essere supportato da una tecnica e da una guida capace di illustrare le potenzialità di questo strumento. Ma l’essere umano, a meno che non abbia dei limiti neurologici (d’altronde la meditazione lavora sul cervello e nel cervello), ha sempre in sé la potenzialità di scoprire gli effetti potenti di questa pratica. Io ne sono un esempio vivente: anche chi non mi conosce non ha ragione di pensare che io potrei mentire, perchè non c’è alcun personale interesse nell’affermare che da quando ho cominciato a meditare non ho più ansia né più avuto attacchi di panico, ho molta meno paura, non sono più triste (o almeno la tristezza arriva, ma come arriva lascia poi spazio all’emozione successiva e comunque dura meno), vivo le emozioni pienamente, ma senza lasciarmene trascinare o assorbire in maniera eccessiva, sono più ottimista, più fiduciosa, più attenta e curiosa, più amorevole e compassionevole, più empatica e resiliente. E forse, se non fosse stato per la meditazione, non mi sarei buttata in questo pazzo progetto di voler diventare un’insegnante di yoga…
